Il film del mese: Blackhat

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Nel thriller di Michael Mann, il codice informatico diventa terreno di conflitto tra sicurezza, finanza e cooperazione internazionale

Con Blackhat, Michael Mann porta il cinema crime dentro il mondo della criminalità informatica globale. Il film consente di discutere, con prudenza, temi centrali per il diritto delle nuove tecnologie quali gli attacchi ai sistemi informativi, la sicurezza delle infrastrutture critiche, la manipolazione dei mercati e la cooperazione transnazionale.

Scheda del film

  • Titolo originale: Blackhat
  • Titolo italiano: Blackhat
  • Regista: Michael Mann
  • Anno di uscita: 2015
  • Paese di produzione: Stati Uniti
  • Durata: 2 ore e 13 minuti
  • Cast principale: Chris Hemsworth, Tang Wei, Viola Davis, Wang Leehom, Ritchie Coster, Holt McCallany, Yorick van Wageningen, John Ortiz
  • Sceneggiatura: Morgan Davis Foehl
  • Case di produzione: Forward Pass e Legendary Pictures
  • Distribuzione: Universal Pictures

Il film

Blackhat segue Nicholas Hathaway, hacker condannato e temporaneamente rilasciato per collaborare con autorità statunitensi e cinesi nella caccia a una rete criminale informatica di alto livello. La vicenda si muove tra Chicago, Los Angeles, Hong Kong e Jakarta, collegando un attacco a una centrale nucleare cinese a successive operazioni contro mercati e infrastrutture finanziarie. Tema di fondo è la ricerca di una rete cybercriminale globale, con una posta in gioco che diventa progressivamente personale per il protagonista.

Lettura giuridico-tecnologica

Cybercrime e infrastrutture critiche

Il primo elemento di interesse giuridico-tecnologico è la scelta di collocare l’attacco informatico non in uno spazio digitale astratto, ma dentro infrastrutture fisiche essenziali. Nel film, la compromissione di sistemi informatici produce effetti su una centrale nucleare e su un mercato finanziario. Questa impostazione rende visibile un punto centrale della cybersecurity contemporanea, e cioè che il digitale non è separato dal mondo materiale, ma lo governa, lo misura e, in molti casi, lo rende vulnerabile.

La rappresentazione cinematografica è inevitabilmente semplificata, ma consente di introdurre una distinzione utile. Un attacco informatico non rileva solo perché viola un sistema, ma anche per gli effetti che produce su servizi, sicurezza collettiva, continuità operativa e fiducia pubblica. Nel diritto dell’Unione europea, la direttiva 2013/40/UE disciplina gli attacchi contro i sistemi di informazione, mentre la direttiva (UE) 2022/2555, nota come direttiva NIS 2, rafforza gli obblighi di cybersecurity per soggetti essenziali e importanti.

Il codice come strumento di potere

Il titolo Blackhat richiama la figura dell’hacker malevolo. Nel film, tuttavia, il codice non è soltanto un mezzo tecnico, ma è un dispositivo di potere. Chi controlla il software può incidere su sistemi industriali, scambi finanziari, flussi informativi e decisioni pubbliche.

Questa dimensione è rilevante perché sposta l’attenzione dalla figura stereotipata dell’hacker solitario alla struttura organizzata della criminalità digitale. La minaccia non dipende solo dalla competenza individuale, ma dalla combinazione tra accessi, malware, vulnerabilità, infrastrutture di rete, riciclaggio dei profitti e capacità di sfruttare la velocità dei mercati.

Nel diritto penale italiano, una vicenda di questo tipo potrebbe richiamare, in astratto, fattispecie come l’accesso abusivo a sistema informatico o telematico, la frode informatica e il danneggiamento di sistemi informatici. La qualificazione giuridica concreta richiederebbe però l’accertamento delle condotte, dei sistemi colpiti, dell’evento prodotto e dell’elemento soggettivo. Il film è quindi uno spunto di discussione, non una traccia per applicare automaticamente singole norme penali.

Mercati finanziari e manipolazione tecnologica

Uno dei profili più interessanti del film riguarda il rapporto tra cybercrime e mercati. La compromissione di sistemi informatici non viene rappresentata solo come sabotaggio, ma anche come strumento per incidere su dinamiche economiche. È un passaggio particolarmente attuale: quando negoziazioni, prezzi, informazioni e ordini passano attraverso infrastrutture digitali, la sicurezza informatica diventa anche presidio di integrità del mercato.

Nel quadro europeo, il regolamento (UE) n. 596/2014 sugli abusi di mercato stabilisce un regime comune in materia di abuso di informazioni privilegiate, comunicazione illecita e manipolazione del mercato. Il film non può essere assunto come ricostruzione giuridica di una specifica ipotesi di market abuse, ma rende comprensibile il nesso tra vulnerabilità tecnica e alterazione della fiducia nei mercati.

Cooperazione internazionale e prova digitale

La trama coinvolge autorità statunitensi e cinesi, collocando l’indagine in più Paesi. Questo elemento è centrale per la comprensione del cybercrime contemporaneo. Gli attacchi informatici raramente coincidono con un solo territorio. Autore, infrastruttura tecnica, vittima, server, intermediari e flussi finanziari possono trovarsi in ordinamenti differenti.

Per il diritto, ciò apre problemi complessi, quali l’individuazione della giurisdizione, la raccolta e conservazione della prova digitale, la cooperazione tra autorità, i tempi di risposta, l’accesso a dati detenuti da soggetti privati e il coordinamento tra sicurezza nazionale e garanzie individuali. Blackhat rende narrativamente evidente questa frammentazione, anche se la soluzione cinematografica appare necessariamente più rapida e lineare dei procedimenti reali.

Realismo tecnico e limiti narrativi

Alcuni esperti di sicurezza informatica hanno considerato Blackhat più accurato di molte rappresentazioni hollywoodiane dell’hacking, soprattutto per l’attenzione ad aspetti fisici e sociali dell’intrusione, come l’uso di dispositivi rimovibili e tecniche di ingegneria sociale.

Tra i limiti, se ci è concesso, vi è la tendenza del thriller a concentrare competenze, responsabilità e soluzioni investigative in pochi personaggi. Nella realtà, infatti, la gestione di un incidente cyber coinvolge team tecnici, autorità pubbliche, soggetti regolati, consulenti forensi, responsabili legali, funzioni di compliance e organi di vertice. Il film comprime questa complessità per esigenze narrative.

Hacking e vulnerabilità digitale

Blackhat è utile perché mette in scena il passaggio da una concezione individualistica dell’hacking a una visione sistemica della vulnerabilità digitale. Non racconta soltanto computer violati, ma infrastrutture connesse, mercati dipendenti dal software, Stati costretti a cooperare e soggetti privati esposti a rischi operativi e reputazionali.

Per professionisti, imprese e studiosi, il film offre un terreno accessibile per discutere sicurezza by design, gestione degli incidenti, responsabilità organizzativa, resilienza delle infrastrutture e limiti dell’approccio puramente repressivo. La lezione più interessante è che la cybersecurity non può essere ridotta a una questione tecnica: è anche diritto penale, regolazione finanziaria, governance aziendale, protezione degli interessi collettivi e tutela della fiducia nel digitale.

Perché vederlo

Blackhat merita attenzione nella nostras rubrica “Il film del mese” non perché offra una rappresentazione completa o priva di semplificazioni del cybercrime, ma perché traduce in forma narrativa alcune questioni centrali della società digitale quali la dipendenza dalle infrastrutture informatiche, il rapporto tra sicurezza e mercati, la dimensione transnazionale delle indagini e la difficoltà di attribuire responsabilità in ambienti tecnici complessi.

Per approfondire:

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